Arturo Lemon

TRA MITO E REALTÀ

 

 

Si narra che in un piccolo paese siciliano di cui non si conosce il nome, viveva e lavorava il più grande vasaio ceramista che la Sicilia conobbe. Aveva appreso l’arte della ceramica dai più abili maestri arabi che un tempo conquistarono l’isola e la sublimò con grande ingegno e dote artistica.

Era uomo buono e il Cielo gli fu benigno: gli concesse una splendida moglie e da questa una figlia meravigliosa.

Sebbene fosse uomo amato e stimato dai più, alcuni compaesani malvagi nascondendo il loro odio ordivano contro di lui trame nefaste.

Ora accadde, che in primavera, la bella figlia compisse il suo sedicesimo compleanno e in quell’occasione fu organizzato un banchetto in suo onore. Tra gli invitati vi erano alcuni malvagi che approfittarono del lieto evento per colpire il buon vasaio.

Ciascun invitato portò dei doni al tavolo della fanciulla e tra questi vi erano tanti splendidi limoni, belli e profumati. In ogni piatto ve ne era uno, già tagliato a metà, servito sia per decorare il desco che per impreziosire con il succo le squisite vivande.

Alla fanciulla fu dato il più bello, tanto succoso e luminoso che in quel giorno al sole montò un pizzico di invidia. Ma di quel frutto fu mutata la natura e divenne un perfido tranello: con un abile sotterfugio fu unito al prezioso succo un potente veleno.

La principessa ne prese metà e con grazia ne spremette il succo. Accadde però per fatalità o per destino che uno schizzo le offese l’occhio e questa cominciò a lacrimare senza sosta. Il veleno la fece piombare in un profondo sonno.

Passarono due lune tra le lacrime amare e le poche speranze di familiari e amici.

La notte della terza luna la fanciulla fece un sogno.

Era una notte senza luna e nel cielo cupo vi era un frenetico formicolio di piccole stelle. Sembravano piccoli occhi luccicanti tutti rivolti ad una di esse, tanto più luminosa, che sembrava danzare. Nella danza armoniosa il suo vestito di luce soverchiava una sempre più ampia porzione di cielo fino ad illuminarlo tutto.

In questa luce, accecante e avvolgente, una voce cacciò il silenzio e scandì parole che sembravano di tuono: «Le stelle ti hanno amata da quando fosti nel grembo di tua madre. Oggi le sue lacrime d’amore hanno capovolto il cielo e lo hanno inondato di grande tenerezza. Il Cielo risponde sempre alle lacrime di una madre.» E mentre le parole fendevano l’aria come farebbe una piuma si faceva più chiara la figura di un giovane uomo, alto, moro dai capelli lunghi con uno splendido turbante e bellissime vesti fatte di oro e gemme preziose. Gli occhi come zaffiri brillavano di luce propria e la mano, sottile ed elegante, affusolata e bruna si posò sugli occhi della piccola amata.

Niente più luce, solo silenzio e una domanda pronunciata dalle labbra della giovane fanciulla: «Chi siete?»

La voce le rispose al cuore e subito la svegliò.

Era notte e si ritrovò nella sua stanza, accanto a se trovò sua madre e suo padre che dormivano un sonno rassegnato, stremati ormai dal dolore.

Fece per chiamarli ma si fermò quando sentì stringere qualcosa tra le mani. Era uno strano oggetto, come d’argento, mai visto prima di cui non conosceva il nome.

Svegliò i genitori e li abbracciò con amore. Raccontò loro il sogno e mostrò loro il misterioso oggetto.

Il padre fu incuriosito da quell’arnese mai visto prima e lo tenne con se’ per scoprirne i misteri.

Un giorno erano uniti al tavolo per la mensa serale, vi erano deliziose pietanze e diversi limoni. Al vederli la fanciulla fu assalita da un moto di stizza e dapprima si rifiutò di spremerne il succo.

Ma ad un tratto le balenò un pensiero che inizialmente la riempì di stupore: era come se dal mare dei suoi ricordi stesse riaffiorando una certezza dai contorni sfuocati. Chiese al padre l’oggetto che aveva stretto al suo risveglio. Lo prese e lo osservò: sembrava immersa in un turbinio di ricordi alla ricerca di qualcosa che aveva perduto ma che sapeva di ritrovare.

Con un gesto sicuro afferrò un limone e lo infilzò con decisione con lo strumento che aveva nell’altra. Cominciò a ruotarlo come fosse una spada al petto di un nemico che si vuol finire ma senza astio, con pacifica attesa.

Il limone cominciò a cedere all’offesa e di se’ offrì il meraviglioso succo che pian piano si raccoglieva nel cuore del misterioso oggetto. Nessuno schizzo uscì e gli occhi della fanciulla si svuotarono di timore per riempirsi di letizia.

Quel misterioso oggetto le fu donato dall’uomo venutole in sogno.

Il padre e la madre rimasero in silenzio aspettando un gesto.

La figlia sorrise, aveva trovato nel suo cuore quelle parole che le furono donate. Quindi alzò l’oggetto ed esclamò: «Arturo!».

La famiglia conservò con cura Arturo e ne tramandò la storia alle generazioni che seguirono.

Nei giorni a seguire il padre impreziosì Arturo: gli fece un tappo che ricordasse un turbante, e un piccolo vaso che potesse ospitarlo quando non veniva usato.

Ovviamente fece tutto con meravigliosa ceramica, la più bella che la Sicilia possa ricordare.

 

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